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L’INTERVISTA

Nel rispetto della memoria altrui

Lo storico Raoul Pupo sulla storia e la riconciliazione sul confine orientale

Raoul Pupo, professore di Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Trieste ha fatto parte della Commissione storico-culturale italo-slovena sostituendo Flavio Tomizza. Con lui, per la parte italiana, Sergio Bartole, cui succedette Giorgio Conetti, Elio Alpih (sostituito da Marina Cattaruzza), Angelo Ara, Maria Paola Panini, Fulvio Salimbeni e Lucio Toth; dalla parte slovena c’erano Milica Kacin Wohinc, France Dolinar, Boris Gombač, cui subentrò Aleksander Vuga, Branko Maru?ič, Boris Mlakar, Nevenka Troha ed Andrej Vovko. La relazione finale della Commissione, pubblicata il 25 luglio 2000, è consultabile su Internet (www.kozina.com/premik/indexita_porocilo.htm). Del prof. Pupo è in uscita «Trieste ‘45» (ed. Laterza). Tra le sue pubblicazioni sul confine orientale segnaliamo «Il confine scomparso» (Irsml, Trieste 2007), «Il lungo esodo» (Rizzoli, Milano 2005), «Foibe» (Bruno Mondadori, Milano 2003, con Roberto Spazzali), «Esodi» (con Marina Cattaruzza e Marco Dogo, Edizioni Scientifiche italiane, Napoli 2000). Nei giorni in cui in tutta Italia è stata celebrata per la sesta volta la «Giornata del Ricordo» il settimanale della diocesi di Trieste «Vita Nuova», lo ha intervistato. Nel 1993, su iniziativa dei Ministeri degli Esteri italiano e sloveno, venne istituita una commissione mista storico-culturale, al fine di delineare nel modo più rigoroso ed imparziale possibile le relazioni tra Italiani e Sloveni a cavallo tra Otto e Novecento. Come, operativamente, essa fu convocata e come organizzò i suoi lavori? Quale fu il ruolo politico dei due Stati? «Una volta costituita la commissione, i due governi non interferirono nei suoi lavori. Il metodo fu quello di suddividere l’arco cronologico affidato (dalla metà dell’800 a quella del ‘900) in quattro periodi. Per ogni periodo alcuni commissari italiani ed altri sloveni prepararono ciascuno una relazione ed entrambe vennero poi discusse in seduta plenaria. A questo punto, a due commissari — un italiano ed uno sloveno — venne affidato il compito di stendere un unica relazione. Anche questa fu puoi discussa collegialmente e gli estensori vennero incaricati di risistemarla. Alla fine, le quattro relazioni vennero fuse in un unico testo, che fu anch’esso discusso e poi risistemato, fino a pervenire alla stesura del documento finale. Questa metodologia ha consentito una grandissima libertà di confronto, accompagnata da un parallelo impegno di ricerca, almeno su di alcuni temi, e dallo sforzo di trovare un linguaggio comune mettendo in discussione stereotipi consolidati. Posso dire che abbiamo imparato tutti molto gli uni dagli altri». Quali furono gli snodi storiografici più dibattuti dalla Commissione e come vennero appianati? Sono rimaste delle zone d''ombra che la Commissione ha ritenuto di lasciare irrisolte? «I problemi maggiori non hanno riguardato singoli punti, ma l’impianto generale. Le storiografie nazionali che si confrontavano — e quella slovena risentiva ancora delle rigidità della storia ufficiale comunista jugoslava — inizialmente si mostrarono assai attaccate ai loro “capisaldi interpretativi”. Ci si è però resi conto abbastanza rapidamente che in questo modo non solo il confronto era molto difficile, ma le spiegazioni dei processi storici rimanevano eccessivamente schematiche, come ad esempio nel caso del rapporto fra l’oppressione fascista e le crisi del dopoguerra. Pian piano quindi si è arrivati a letture più libere da schemi precostituiti e così è stato possibile rivolgere ai fatti uno sguardo molto più critico e pervenire ad interpretazioni decisamente più articolate, adeguate alla complessità della storia di frontiera. Un altro problema ha riguardato i linguaggi. Ad esempio, dietro le analisi condotte dalla storiografie stanno dei concetti impliciti, dati per scontati, mentre in realtà sono affatto diversi. Il caso tipico è quello dell’idea di nazione, volontarista secondo la visione degli italiani ed etnicista per gli sloveni. A questo si accompagna una diversa valutazione del rapporto fra città e campagna. Una volta esplicitati tali presupposti, la questione non è più quella decidere quale delle due visioni è “giusta”, perché la domanda è priva di senso: si tratta invece, e così abbiamo fatto, di storicizzarli prendendone criticamente le distanze. L’ultimo scoglio è stato proprio quello linguistico, perché nelle due lingue espressioni apparentemente simili hanno in realtà significati ed evocano suggestioni profondamente diverse. È stato necessario quindi compiere un sforzo notevole per amalgamare le scritture. Non ne è uscito probabilmente un capolavoro della lingua italiana, ma si sono di molto limitati i margini di equivoco, e quello di evitare equivoci e fraintendimenti e di sgombrare il campo dai luoghi comuni è stato uno dei compiti principali che la commissione si è data». In quali ambiti la messa a disposizione di documenti e fonti fino ad allora sconosciuti o ignorati dagli storici dell''uno o dell''altro Paese si è rivelata, se non determinante, assai utile per l''avanzamento delle conoscenze storiche? Che materiali l''Italia ha messo a disposizione degli sloveni, e viceversa? «Decisamente importante è stata l’apertura degli archivi sloveni, che ha consentito di ricostruire dettagliatamente i rapporti fra Pci e Pcs, il meccanismo decisionale jugoslavo per quanto riguardava la Venezia Giulia, le logiche repressive del 1945 e la priorità della politica jugoslava del dopoguerra. Gli storici italiani hanno avuto la soddisfazione di vedere che le ipotesi interpretative che avevano formulato negli anni immediatamente precedenti reggevano al confronto con le nuove fonti. Gli archivi italiani erano già aperti, meno alcuni fondi piuttosto importanti della Presidenza del consiglio di cui all’epoca si era persa ogni traccia. Complessivamente, la ricerca ha fatto un bel balzo in avanti». La Slovenia ha accettato i risultati dell''indagine storica condotta dalla Commissione e ha dato il nullaosta alla pubblicazione degli atti, l''Italia no. La ricerca risulta pertanto poco conosciuta ed è soprattutto poco tenuta in considerazione dal dibattito pubblico italiano. Per quali motivi il Governo di allora, né quelli che gli succedettero, acconsentirono alla pubblicazione? «Compito della commissione era quello di produrre un rapporto finale da consegnare ai due governi, e questo è stato fatto. L’obiettivo non è mai stato quello di pervenire ad una “storia ufficiale”, bensì di verificare se esisteva — e ci siamo riusciti — un terreno comune che permettesse di superare molte incomprensioni del passato e di far piazza pulita di interpretazioni fantasiose che nei decenni precedenti si erano largamente diffuse soprattutto ad opera dei mezzi di comunicazione. In questo senso il rapporto finale rimane un punto di riferimento importante, anche se — naturalmente — nessuno è obbligato ad accettarlo». Dopo aver fatto parte della Commissione, crede che, se una memoria comune è forse impossibile da scrivere, lo possa essere almeno la storiografia? Oppure aveva ragione Eugenio Montale sostenendo che la storia «non è magistra di niente che ci riguardi»? «Di una memoria comune non è proprio il caso di parlare, perché si tratta di una contraddizione in termini. Il problema, piuttosto, è quello del rispetto delle diverse memorie. Il passo successivo, di cui la comunità ecclesiale può — e credo debba — essere protagonista, è quello della “purificazione della memoria”, che implica la consapevolezza che ogni memoria presenta delle zone oscure. Questo è un passo essenziale per arrivare alla riconciliazione non delle memorie, ma delle persone. Diverso invece è il discorso per la storia, che è una disciplina critica e quindi per suo statuto deve sia prendere le distanze dalle memorie, sia mettere costantemente in discussione le proprie categorie interpretative, per evitare che si fossilizzino. Da questo punto di vista il lavoro della commissione è stato ottimo, ma rappresenta solo un primo passo. Infatti, in quella fase non si è potuto far altro che confrontare i risultati già prodotti dalle storiografie nazionali. Il prossimo traguardo quindi è quello di costruire assieme, attraverso ricerche comuni, una narrazione storiografica post-nazionale. In altre parti d’Europa ci si è riusciti, ma Le assicuro che è difficilissimo». Ci sono dei libri di storici sloveni che consiglierebbe di leggere agli italiani? «Altroché: Marta Verginella, Il confine degli altri, Donzelli; Nevenka Troha, Chi avrà Trieste?, Irsml. Inoltre, il volume curato da Guido Crainz, Naufraghi della pace, Donzelli, contiene interessanti saggi di autori italiani, sloveni e croati». Nel sesto anno in cui si celebra la Giornata del ricordo delle foibe e dell''esodo, è possibile trarre un bilancio? Ha contribuito a rendere giustizia alla memoria o ha inasprito il dibattito, come l''ultimo libro di Jože Pirjevec sembra denunciare? «Secondo me il bilancio è largamente positivo da vari punti di vista. Sotto il profilo civile, ha in parte colmato il debito di riconoscimento che la comunità nazionale ha contratto con le vittime delle tragedie giuliane. Sotto il profilo scientifico, ha conferito forte impulso agli studi di tutta la storia del confine orientale: non solo foibe ed esodo, ma anche processi di snazionalizzazione, fascismo di confine, occupazioni italiane nei Balcani e così via. Esiste però un problema oggettivo, comune a tutte le celebrazioni simili che si sono moltiplicate in Europa: alla loro base sta il recupero di memorie offese che però sono anche strutturalmente memorie divise, in genere su base nazionale, perché è stato proprio l’urto fra le nazioni a generare buona parte delle tragedie novecentesche nel nostro continente. Questo quindi di fatto interferisce con il progetto di superamento delle divisioni nazionali e può generare reazioni di stampo nazionalista. È indispensabile quindi un intervento equilibratore delle Istituzioni, che in altri Paesi europei c’è stato, ed anche assai significativo. Nelle terre adriatiche è spesso accaduto il contrario».

Andrea Dessardo (Voce isontina, 20. 2. 2010)
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