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L''INTERVISTA

Non è stata «pulizia etnica» premeditata

Fin dall’inizio le foibe sono state usate per fini propagandistici

Il prof. Jože Pirjevec non ha bisogno di particolari presentazioni. Per molti anni è stato docente all''Università agli Studi di Trieste, oggi prosegue la propria attività all''Università del Litorale di Koper-Capodistria. È autore di numerose pubblicazioni sugli sloveni in Italia. Ha scritto molto anche su temi più vasti quali la storia dei Balcani, le guerre jugoslave negli anni 1991 — 2001. Le sue opere sono state date alle stampe anche da editori italiani. La più recente è la voluminosa pubblicazione dal titolo «Foibe, una storia d''Italia» edita da Einaudi. Con il prof. Pirjevec abbiamo parlato su come è scaturita l''idea del libro, sulla sua presentazione e sulle reazioni.

Come è nata l''idea per questo libro?
«Il libro, a dir il vero, è un’espressione di protesta e l’idea risale al 2007. All’epoca sono stato invitato ad un incontro che si tiene il 10 febbraio di ogni anno presso l’Università di Ancona, organizzato dalla locale sezione dell’Anpi.
Durante il dibattito ha fatto irruzione nella sala un gruppo di studenti di destra, poiché ci eravamo permessi di parlare delle foibe in modo diverso a come piacerebbe a loro. Questo fatto è stato coronato dal discorso del Presidente della Repubblica Napolitano, che ho letto sul treno durante il ritorno a Trieste. Mi fu chiaro che non era possibile restare in silenzio.
Originariamente ho pensato ad un libro bianco, cioè ad una raccolta di documenti con l’obiettivo di dire la verità sulla “foibe” in base al materiale d’archivio. Naturalmente fino a quel momento avevo già raccolto un po’ di materiale, soprattutto negli archivi di Londra, dato che di questo tema mi occupo già da oltre una ventina, quasi una trentina di anni».

Come è stato concretamente realizzato il libro?
«Mi sono recato a Washington, poiché quegli archivi, per quanto riguarda le “foibe”, non sono stati ancora consultati in modo sistematico. Ho avuto fortuna, in quanto ho scoperto molto materiale. Ho trovato dieci, se non più, scatole di documenti relativi proprio a questa problematica. Sono ritornato a Washington il seguente anno con Gorazd Bajc per analizzare assieme il detto fondo.
Nel contempo è scaturita l’idea di corredare i documenti di questo e di altri archivi con studi degli esperti che abbiamo invitato a collaborare con noi. Mi riferisco a Nevenka Troha, che ha effettuato delle ricerche negli archivi sloveni e italiani, e Darko Dukovski, che ha lavorato negli archivi croati. Avendo delegato Bajc ad approfondire il materiale britannico e americano mi è rimasto il compito di scrivere soltanto un’introduzione più ampia, di circa ottanta pagine.
È successo che nel frattempo a Trieste, all’Istituto per la storia della Resistenza ho trovato il fondo sulle “foibe” raccolto da Galliano Fogar che ho integrato con la documentazione messa a disposizione dall’avv. Bogdan Berdon e da Primož Sancin. Invece di ottanta ne ho scritte duecentocinquanta di pagine di modo che per i documenti non c''era più spazio.
Il libro ha assunto una forma del tutto diversa da quella che avevo progettato all''inizio. Ho deciso di inquadrare la problematica in un ambito storico più vasto e di rappresentare i rapporti che si andavano creando fra le popolazioni nel nord Adriatico - da una parte il popolo sloveno e croato, dall''altra quello italiano — dal dicottesimo secolo in poi. Ho cercato di spiegare il fenomeno delle foibe nel contesto dei conflitti etnici e sociali che hanno segnato la storia della nostra area nei secoli diciannovesimo e ventesimo.
Ho evidenziato anche come negli anni dopo la guerra questo tema è stato utilizzato e sfruttato ai fini politici, e come ciò avviene anche oggi.
Ho ritenuto opportuno chiedere anche la collaborazione di qualche studioso di lingua italiana. Poiché il collega Guido Franzinetti di Torino, proprio in quel periodo mi ha sorpreso con un''ottimo studio sulle “foibe”, l''ho invitato ad associarsi a noi. Credo che il suo contributo completi molto bene la mia introduzione, nella quale, quale sloveno, non ho voluto polemizzare con il noto discorso di Napolitano. Anche se non abbiamo preso accordi, lo ha fatto Franzinetti con delle argomentazioni importanti».

Come si è arrivati all''accordo con l''editore Einaudi?
«Einaudi aveva già pubblicato il libro “Le guerre jugoslave” che ha avuto un buon successo, infatti è stato stampato anche in edizione tascabile. Evidentemente i dirigenti della casa editrice si sono fatti una buona immagine di me. Quando mi sono nuovamente rivolto a loro per posta elettronica offrendo un nuovo libro, nel giro di pochi giorni mi hanno risposto che erano interessati al libro.
Sono rimasto sorpreso che il libro sia stato accolto senza riserve, anche se non ho nascosto che il testo sarebbe stato polemico. Se ne sono resi conto da soli ed hanno consegnato il testo ad un avvocato.
Nella mia carriera una cosa del genere non è mai successa. Debbo riconoscere che sono stato piacevolmente sorpreso perchè mi sono reso conto che hanno affrontato la questione con grande senso di responsabilità. L''avvocato ha svolto il proprio lavoro con serietà e mi ha segnalato alcune formulazioni impugnabili che naturalmente ho preso in considerazione. Debbo dire che la casa editrice ha accolto la mia proposta ben consapevole che avrebbe causato polemiche e proteste, quanto poi è successo».

Che tipo di polemiche?
«Sostanzialmente non di carattere tecnico. Nessuno mi ha obiettato imprecisioni o stravolgimento dei dati. Le critiche sono state di carattere ideologico. Quello che più dava fastidio ai recensori è stato il fatto di aver negato una “pulizia etnica” premeditata dopo la fine della guerra e che l''esodo sia stato descritto quale conseguenza del trauma psicologico vissuto dagli italiani delle cittadine istriane. Per secoli erano abituati a fare da padroni, all''improvviso si sono trovati in posizione subordinata. Il loro mondo è crollato, quando gli “ščavi” sono improvvisamente comparsi quali vincitori. Per questo si son dati alla fuga.»

Ci sono state altre recensioni a Trieste o altrove in Italia? Probabilmente diverse fra loro.
«Per primo è intervenuto Roberto Spazzali sul quotidiano triestino Il Piccolo. La sua recensione è stata pubblicata lo stesso giorno in cui è uscito il libro, un fatto inconsueto. Più tardi ha pubblicato delle recensioni la stampa di destra: Il Giornale, Libero, il Giornale di Brescia e il cattolico Avvenire. Mi ha sorpreso molto che i giornali di sinistra, che hanno dedicato al tema delle “foibe”, molta attenzione (il Manifesto, l’Unità) non hanno menzionato il libro. Sono rimasti in silenzio anche la Repubblica ed il Corriere della Sera, anche se nella mia ricerca parlo in modo ampio e critico di entrambi i giornali. Sul sito “Osservatorio sui Balcani” Roveredo Stefano Lusa ha scritto un buon articolo e lo ringrazio».

Come viene seguito in generale il tema delle foibe in Italia?
«Dipende dall’ambiente in cui ti vieni a trovare. Quelli di sinistra sono più disponibili a prestare attenzione alle nostre argomentazioni. Noi non neghiamo o giustifichiamo le stragi e le atrocità del dopoguerra, cerchiamo soltanto di collocarle in un determinato contesto storico e sostenere le nostre considerazioni con documenti e numeri. La destra, invece, strombazza e proclama la finta verità che i suoi stessi rappresentanti hanno formulato nel corso dei decenni».

Per esempio che le foibe erano pulizia etnica…
«Che erano il tentativo di un genocidio premeditato. Questo affermano adirittura per le “foibe “ in Istria dell’autunno 1943, che hanno avuto una finalità diametralmente opposta. Nonostante questo sono state utilizzate fin dall’inizio per fini propagandistici. Lo facevano i fascisti locali sotto la sorveglianza dei nazisti quando è sorta la Adriatisches KŸstenland al fine di infangare il movimento di liberazione partigiano. L’azione è continuata con le stesse argomentazioni dopo il maggio 1945, quindi nel periodo in cui era in atto la lotta per i confini. All’epoca ne erano responsabili i britannici e gli americani, ma soprattutto il governo di Roma. Dopo che nel 1948 Tito e Stalin litigarono e quando l’Occidente ha capito e si è reso conto che poteva contare sulla Jugoslavia nella difesa del proprio territorio dinanzi all’armata rossa, hanno messo a tacere le polemiche. Tra Belgrado e Roma si è arrivati ad un tacito accordo: gli Jugoslavi non hanno più parlato dei crimini di guerra italiani, gli italiani delle foibe. Questo a livello internazionale. A livello locale la destra ha continuato a sfruttare la problematica per i propri fini gonfiandola soprattutto nel periodo delle elezioni. In modo particolare per quanto riguarda le voragini di Basovizza e di Opicina che sono diventate dei simboli che vanno al di là della verità storica».

Cosa si dovrebbe fare con questi due monumenti?
«Per dissolvere qualsiasi dubbio sul numero delle vittime si dovrebbe fare una scrupolosa perlustrazione delle grotte nelle quali si pensa che i partigiani alla fine della guerra abbiano gettato i corpi dei prigionieri uccisi. Secondo la versione ufficiale nella voragine di Basovizza ci sarebbero duemilacinquecento corpi, lo stesso nella foiba Bršljanovica di Opicina. I dati non sono reali. Gli inglesi hanno fatto delle ricerche in queste cavità dal giugno al novembre del 1945. Oltre ai resti di cavalli, hanno trovato circa 150 corpi umani, quasi tutti appartenenti a tedeschi, tranne un civile. Così scrivono le fonti. Più tardi l’ispettore di polizia Di Giorgi con il gruppo di speleologi ha ispezionato tutte le cavità nelle province di Trieste e di Gorizia, in cui si pensava di trovare ossa umane. Non escludo il fatto che possano aver trovato ancora qualcosa. Ma non si tratta di migliaia o addiritura di diecimila Italiani buttati nelle foibe solamente per il fatto di essere Italiani, come afferma la propaganda».

La foiba è una spece di cenotafio per le vittime di tutte le foibe.
«Certamente. Come ho già detto, essa rappresenta una tomba comune, perciò l’hanno cementificata e non permettono di esplorarla, a causa dell’esplosivo che vi si trova. In base ai loro dati, che non sono veri, hanno sviluppato una falsa memoria storica, e questo mi pare cinico, immorale e soprattutto pericoloso. La politica, con accuse che si basano sui fatti e su documenti incerti, tenta di alimentare l’odio tra i vicini invece di sostenere rapporti pacifici. Il libro vuole dimostrare la realtà. Non sostengo però, che nel corso delle ricerche abbiamo trovato tutti i documenti. Per esempio non abbiamo svolto le ricerche nell’archivio della IV armata dell’esercito jugoslavo, che insieme al IX korpus ha liberato Trieste, perché secondo i serbi non sono in ordine. Abbiamo preso in considerazione però tutto il materiale a disposizione».

Ai fini politici possiamo aggiungere anche il 10 febbraio, che in Italia è diventata la giornata di ricordo per le vittime delle foibe e dell’esodo. Secondo la sua opinione è sbagliata la concezione della giornata della memoria, oppure la sua celebrazione è inopportuna?
«Con la decisione di stabilire il 10 febbraio quale giornata della memoria per dell’esodo e delle foibe, è stata fatta un’operazione che vuole far assurgere questi fatti al livello dell’olocausto. L’idea di comparare l’uccisione di 6 milioni di ebrei su ordine di Hitler con la sofferenza degli italiani di Istria, non è nuova. Si tratta della politica, che è iniziata considerando il movimento di liberazione come clandestino e barbaro. Con ciò si pone in questione la determinazione dei confini. Non a caso è stato scelto il 10 febbraio, quando è stato firmato il trattato di Parigi, con il quale l’Italia ha perso gran parte del territorio dell’allora Venezia Giulia».

La ricorrenza è stata promossa quasi all’unanimità, solamente l’estrema sinistra è stata contraria.
«Questo è forse il fatto più preoccupante. La sinistra moderata è caduta nella trappola del nazionalismo, e adesso sta pagando le conseguenze. Non dico che è in crisi perché ha accolto l’interpretazione delle foibe sostenuta dalla destra. Questo rappresenta una tessera nell’ampio mosaico di un comportamento politico, che non ha avuto il coraggio per valutare criticamente il proprio passato. Dagli anni Novanta in poi la sinistra moderata ha collaborato per la propria popolarità a un vero dramma condotto da tutti i giornali italiani, tranne alcune eccezioni, come per esempio Il Manifesto. Gli altri hanno trattato i temi degli eventi, dai quali ci dividono tre generazioni, con un’isteria di massa, espressa nei film Porzus e Il cuore nel pozzo, ma anche in una serie di trasmissioni televisive».

Quale sarebbe la risposta slovena a questa questione?
«Da sempre sostengo che noi sloveni siamo troppo miti, silenziosi e docili. Non abbiamo mai avuto coraggio di esprimerci in modo chiaro sull’attacco propagandistico di cui eravamo vittime. Contro le dichiarazioni del presidente Napolitano ha dovuto intervenire il presidente croato Stipe Mesič. Il nostro Drnovšek, invece, ha scritto al collega italiano solamente una lettera privata. Già da tempo constato che la diplomazia slovena dovrebbe avvertire gli organi europei su ciò che avviene nel nostro territorio. Il risultato della passività è dunque disastroso, perché a livello internazionale si sente solamente la “verità” italiana. Il mio libro cerca di cambiare questo fatto, perciò in futuro lo tradurremo in sloveno e in inglese.



Primož Sturman (Primorski dnevnik, 24. 12. 2009)
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